domenica 14 luglio 2013

IL SERVO OMICIDA

Non ogni passione è condannabile, è colpevole, come è il caso ad esempio di chi desidera vivere senza timore, tranquillamente. Questo è un desiderio buono, una bona cupiditas. Ma sarà sufficente l'intenzione buona per fare del suo risultato un bene, un'azione buona? E il caso di un servitore che, proprio per vivere tranquillamente e senza timore del suo padrone, lo uccide? Possiamo dire che egli non abbia commesso un omicidio, se ha ucciso per desiderio di un bene come il vivere senza timore? 

Il caso del servo omicida ha dunque aiutato a raggiungere una definizione della passione colpevole che domina nelle cattive azioni, la quale consiste appunto nell' "amore di quelle cose che ciascuno può perdere contro il proprio volere" ed indirettamente a raggiungere anche una nuova definizione del peccato o male facere.
Ciò che occorre trovare è il cur, il perché l'azione del servo sia condannabile. Non per soddisfare un desiderio buono il servo ha ucciso ma "per saziare le sue passioni" e quindi per un desiderio colpevole, una cupiditas culpanda. Quindi neppure l'intenzione, nel servo, era veramente buona. Infatti il desiderare di "vivere senza timore" è proprio sia dei buoni che dei cattivi. La differenza consiste in questo: che i buoni lo desiderano in un modo giusto, corretto, vale a dire distogliendo il loro amore dal desiderare "le cose che non possono ottenere senza il pericolo di perderle", mentre i cattivi no: anzi, incuranti del pericolo di perderle, cercano di ottenere le stesse cose con crimini e misfatti, senza dar peso al fatto che, cosi facendo, si pongono nella condizione opposta a quella desiderata e che sarebbe più esatto chiamare non condizione di vita ma di morte. L'intenzione buona e il modo buono di perseguire sono perciò inscindibili.

Per intanto ad Agostino interessa proseguire il discorso relativo alla liceità morale di azioni come l'uccisione per legittimità difesa o per difendere la propria purezza o per dovere di servizio, in rapporto a questa nuova definizione di peccato. Poichè, le la vita che uno intende difendere uccidendo un predone o un violentatore o un nemico, è un bene che non è in nostro potere mantenere solo per il fatto di volerla mantenere, potendoci essere tolta, che ragione morale abbiamo di volerla difendere ad oltranza; non c'è della passione peccaminosa nel volerla mantenere a tutti i costi?
Nasce da questi interrogativi una nuova indagine: quella sulle competenze della legge civile. Qualcuno risponde che compito della legge civile non è proibire in assoluto ciò che è male, ma regolare la convivenza civile e pacifica di uomini inesperti (imperiti), per ottenere la quale è giusto consentire un male minore; nel nostro caso è giusto che il violentatore possa essere ucciso dalla vittima, che il soldato o chi altro autorizzato uccida per mantenere tranquilla tale convivenza. Quanto alla passionalità di cui una legge civile in generale viene sospettata di essere affetta, Qualcuno precisa che ciò è impossibile se chi l'ha stabilita, l'ha fatto per ordine divino e quindi secondo le prescrizioni della legge eterna; e pure se una legge come l'interdizione assoluta del ratto, anche a scopo di matrimonio, fosse stata imposta da un tiranno corrotto per qualche interesse di parte, il fatto non toglie che la legge in sè rimanga comunque giusta e buona. Perciò nessuna passione è imputabile ad una legge giusta od a chi esegue le leggi civili anche se destinate a consentire il male minore. Gli fa problema tuttavia ancora questo: nei casi in cui la legge consente l'uccisione di altri uomini e tale concessione è una facolta e non un obbligo morale, in che modo non giudicare colpevoli coloro che uccidono per mantenere un bene che non è in loro potere mantenere come abbiamo visto essere la propria vita, o che comunque non possono perdere, come il pudore che è una virtù e quindi non può venire tolto all'anima da un violentatore?
Esiste una legge - aggiunge Qualcuno rincarando la dose - "più potere" e più segreta di quella civile, la legge divina, che condanna coloro i quali per delle cose che devono disprezzare si macchiano di sangue umano".

L'esigente risposta si comprenderà meglio fra poco . Per ora viene indrodotto il discorso sulla legge eterna e la si considera in primo luogo nei suoi rapporti co la lagge civile, anzi, partendo dalla considerazionedella natura di questa. In effetti le leggi civili sono mutevoli e temporaniee e possono essere cambiate se chi le fa non è degno, sia esso popolo o persona; e non ne è degno se, anzichè guardare al bene comune, guarda ai propri interessi. Ora, ritenere che sia giusto togliere ad un popolo corrotto il potere di leciferare significa riconoscere l'esistenza di una norma suprema, somma ragione, secondo la quale è giusto che sia così. Come è giusto che i buoni siano beati ed i cattivi miseri, o, appunto, che un popolo serio ed equilibrato crei esso stesso la sua magistratura, ma che un popolo dissoluto e deprivato sia privato di questo diritto. Non solo, ma, dal confronto dei due tipi di legge (quella temporale e quella eterna) risulta anche  che nella legge temporale non vi è nulla di "giusto e di legittimo" che non derivi dalla legge eterna.  La quale ultima non può dunque variare, in quanto nessuna violenza, nessun caso, nessuna catastrofe faranno mai che non sia giusto "che tutte le cose siano ordinatissime".


                                                                                                                             Maria Grazia Fida
                                                                                                                           Pedagogisa e scrittrice
                                                                                                                Università degli Studi di Parma






1 commento:

  1. Il male è così profondo ... Lasciamoci guidare dal nostro e unico vero amico Gesù Cristo

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